giovedì 1 giugno 2017

L'amarezza di un abbandono



Caro Francesco,

uso i social, al pari della Tua scelta (http://www.cvinrete.it/index.php/component/k2/item/3497-con-una-lettera-aperta-francesco-crescente-lascia-il-partito-democratico), per dirTi che leggere del Tuo abbandono del PD mi ha provocato un profondo rammarico ed una infinita ed insopportabile amarezza;

un profondo rammarico, per la perdita di un democratico impegnato ed appassionato, compagno di tante battaglie condotte insieme, anche se nel tempo via via diradate quanto alla scelta delle medesime appartenenze; sono convinto che ogni uscita da un partito politico sia in primo luogo una sconfitta per il partito stesso;

una infinita ed insopportabile amarezza per la spettacolare modalità scelta e, ancor più, per le motivazioni addotte.

Tu stesso annoti che “… in tanti, in questi anni, silenziosamente hanno abbandonato il partito, altri lo faranno …”; aggiungo io in modo (certo doloroso per entrambe le parti ma) condivisibilmente dignitoso, senza fare ricorso a cangianti platee social – mediatiche nella rincorsa narcisistica di un evanescente apparire, sia pure soltanto per un fuggevole e labile attimo, apparire che lascia sempre più in ombra una ben più concreta sostanza di doti personali, anche a costo di calpestare valori di coerenza e, appunto, dignità e rispetto verso se stessi e verso gli ex  compagni ed amici di partito;

non condivido affatto una tale superfetazione mediatica di un’istanza, che ben avrebbe potuto (e dovuto) essere svolta nelle confacenti sedi di partito, con una comunicazione al segretario del circolo o, ancora più coerentemente, con un annuncio recato personalmente in una delle tante riunione di direttivo tenute in sede.

Ancor più infinita e sofferente amarezza provo per le motivazioni addotte, le quali sono raffazzonate alla bell’e meglio in una insopportabile ed indigesta macedonia in salsa pseudogrillina;

la arida, infeconda e confusa elencazione degli addebiti che muovi (alcuni dei quali peraltro meritevoli di approfondimento, ma, ritengo personalmente, all’interno del partito) appare piuttosto un anarcoide caleidoscopio di argomenti di bassa demagogia, conditi da una profonda vena nostalgica di un passato che non tornerà, in quanto consegnato (anche da noi stessi) alla storia;

alla fitta e ricercata enumerazione manca soltanto che si addebiti al PD l’elezione di Papa Francesco, i terremoti de L’Aquila e di Amatrice ed Accumoli, la sconfitta di Hillary Clinton e la vittoria del sesto scudetto della Juventus per assurgere ad una fantasmagorica panoplia di elementi, che ambisca ad una totalità pantocratica dei destini dell’intero universo.

Il punto, in realtà, è ben altro; il Partito Democratico è un partito nuovo, nato recentemente (per i tempi della politica) dall’unione di diverse, se pur analoghe e contigue, culture politiche, eppure è un partito di massa, strutturato ed organizzato, capillarmente presente sul territorio, vivo (aggiungerei, faticosamente e dolorosamente vivo), tanto da essere oggi l’unico esempio di tale modalità di soggettività politica nel panorama italiano, con corrispondente riconoscimento elettorale che lo porta ad essere il primo (o il secondo, secondo le umorali variazioni dei sondaggi) partito.

Un partito di siffatte caratteristiche e dimensioni elettorali non può sottrarsi alla responsabilità di governo di una nazione e di uno stato che sono tra i fondatori della Comunità europea e tra gli storici partecipanti dei vari G7 e via crescendo, oltre alla partecipazione determinante alle Nazioni unite ed al mondo /civiltà occidentale nel suo complesso.

E governare significa fare scelte, che possono anche essere non condivise o non al meglio delle possibilità, ma che certamente non possono essere stigmatizzate di mera conservazione o bieca gestione di potere; le scelte fatte dal PD negli ultimi anni si leggono attraverso una coerente filigrana di tentativo di modernizzare il paese, scrostandolo dalle secolari paralisi che ne hanno impedito il pieno sviluppo sociale, politico ed economico;

senza l’esperienza di Renzi, oggi certamente saremmo tutti rappresi in dibattiti ombelicali relativi a governi balneari (o magari già spiaggiati), rigorosamente strutturati all’ombra mefitica del manuale Cencelli, e tutti programmaticamente tesi verso tranquillizzanti e narcolettici obiettivi pret a porter, lontani da una reale ed incisiva innovazione e modernizzazione della società italiana, tanto quanto lo è Alpha ursae minoris da Canopo;
senza l’esperienza di Renzi, il dibattito politico (già oggi abbastanza avvitato su se stesso ed asfittico nella prospettiva della costruzione di progetto di futuro) sarebbe una sorta di patologico onfalocele del panorama italiano.

E tutto questo è possibile realizzare soltanto se si ben chiaro il senso e l’orgoglio della appartenenza alla comunità partito, all’interno del quale la maggioranza assume responsabilmente le proprie scelte, attraverso un confronto ampio, serrato e non prevaricatorio, e la minoranza incalza criticamente e dialetticamente, proponendo la propria visione differenziale, senza disseminare il cammino di strumentali trappole parlamentari.

Certo, non tutto è stato rose e fiori, non tutto è pienamente condivisibile, e di tanto ne sia testimonianza il mio sostegno dato ad Orlando nelle ultime primarie per la designazione del segretario del partito, sia nella fase riservata ai soli iscritti, sia in quella aperta agli elettori e simpatizzanti.

Restano granitici problemi come la costante perdita di consenso o la composizione sempre più anziana del nostro elettorato, oltre la marea montante della strumentale demagogia che si nutre a piene mani dell’antipolitica, per restare nell’ambito del partito e tralasciare i drammatici dilemmi e le angosciose difficoltà che attanagliano la società italiana.

Ma tutto questo, a mio personale giudizio, non legittima l’abbondono della nave sulla quale si è navigato sino ad un minuto prima e, soprattutto, non legittima una costruzione argomentativa, finalizzata a tentare di giustificare l’abbandono, tutta racchiusa in un’ottica demolitiva ed ipercritica, sino a sfiorare la più surrettizia delle denigrazioni.

Costruzione argomentativa che rievoca sullo sfondo una profonda nostalgia per una comoda posizione di testimonianza ipercritica, lontana dalle necessarie scelte dovute ad una concreta azione di governo, che voglia innovare e non soltanto galleggiare sull’esistente conservativo del potere gestionale.

Ti auguro, come Tu dici, di continuare ad esercitare l’attività politica, che, come ebbe ad affermare Paolo VI, è la “più alta forma di carità”, ponendo le proprie modeste capacità personali al servizio della collettività; a me auguro di poterTi nuovamente incontrare, uniti fianco a fianco per raggiungere mete comuni.

Mi fermo qui, non senza appropriarmi di una delle sfolgoranti battute dell’ineffabile Jep Gambardella, fascinoso e raffinato protagonista de La grande bellezza:  "la più consistente scoperta che ho fatto, pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni, è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare ..."; personalmente preferisco coltivare “… gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza …”.

Nessun commento:

Posta un commento